Giallo

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“E allora Nicola si disse che forse era proprio questo quello che faceva la pioggia. Lavava le colpe.”

Finalmente riesco a condividere con amici e lettori “Nella Pioggia”, il racconto con cui sono arrivato in finale alla 42° Ed. del Premio Gran Giallo di Cattolica. È un thriller, la mia prima incursione fuori dalla zona di comfort rappresentata dal genere fantastico.

Voglio raccontare la storia dello scrittore Matteo Peluso, e lo farò.
Lo farò attraverso gli occhi vuoti della morte.

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Il senso del dolore – Maurizio De Giovanni

Copert_smallNapoli, Marzo 1931, Gran Caffè Gambrinus. Seduto in un angolo poco illuminato della sala, un uomo mangia in silenzio una sfogliatella davanti a una tazza di caffè fumante. Il bavero del cappotto alzato nasconde i dettagli di un volto che mi sono abituato a riconoscere. Una ciocca di capelli sfuggita al controllo gli ricade sul naso affilato. Lo osservo mentre sfoglio le pagine del giornale, gustando il mio sigaro e nascondendomi dietro una nube di fumo. Lui non sembra vedermi, lui non vede nessuno. Il suo sguardo è altrove, trafigge le vetrine del locale. Fuori, in strada, c’è la città con il suo amore, il dolore e la fame. Una città sferzata dal vento in un inverno che si ostina a non andare via. Un istante, poi i suoi occhi s’inchiodano nei miei. Occhi verdi, spettrali, che sembrano avere cento anni. Occhi prigionieri di un dolore immortale.
Luigi Alfredo Ricciardi, Commissario della Regia Questura di Napoli.
Ogni giorno, quasi alla stessa ora, ci diamo appuntamento al Gambrinus, io al mio tavolo, lui al suo. Sediamo in compagnia della nostra solitudine e aspettiamo. La prima volta che mi accorsi di lui provai un brivido, la morsa gelida del freddo che attanaglia le ossa, manco qualcuno avesse lasciato la porta aperta. Che cosa sei, Ricciardi?
Nei suoi gesti, nei suoi movimenti, ci sono messaggi che vorrei cogliere, interpretare. Il modo in cui resta seduto senza togliere il cappotto, in cui consuma il pranzo con rapidità e senza appetito, come se tutto fosse una perdita di tempo. Mai un sorriso, mai un cenno, molto spesso solo. A volte l’ho visto in compagnia di un altro poliziotto, un tipo robusto ma dalla faccia gentile, brigadiere Maione credo fosse il suo nome, altre invece con quel medico dai baffi brizzolati, il dott. Modo. Oltre loro, tutti sembrano evitare Ricciardi. Un amico in Questura mi disse che gli stessi poliziotti si sentono a disagio in presenza del Commissario. C’è qualcosa nel suo sguardo che inquieta la gente. Lui è infallibile, e questo spaventa.
Ho seguito su “Il Mattino” le vicende del Teatro San Carlo: la morte non mi appassiona, ma il fatto che Arnoldo Vezzi, il tenore più apprezzato d’Italia, amico del Duce e dei salotti perbene, fosse stato trovato con la gola tagliata nel suo camerino prima d’andare in scena mi ha incuriosito. Vezzi, un uomo dall’indiscutibile talento ma dall’anima nera, un uomo che in molti avrebbero voluto vedere morto. Ricordo le parole del cronista: un caso difficile, pochi indizi e tante pressioni, tra luci e ombre. Un caso per il Commissario Ricciardi.

“Il senso del dolore” è il primo romanzo della serie di gialli scritti da Maurizio De Giovanni e aventi come protagonista Luigi Alfredo Ricciardi. Nella cornice di una Napoli magica degli anni trenta, tra bellezza e contraddizioni, si sviluppano le vicende del Commissario originario del Cilento: un uomo caparbio, assetato di verità e animato dal bisogno di dare giustizia a quei morti che hanno scelto di parlare a lui. In un’atmosfera in bilico tra il poliziesco e il Sesto Senso, De Giovanni (che reputo un talento assoluto della scrittura) intesse con uno stile fresco e accattivante una trama perfetta. Il senso del dolore non è solo un ottimo giallo, ma uno splendido romanzo che parla di emozioni e di sentimenti, una lettura che prende per mano il lettore e lo spinge a porsi domande, a riscoprire sé stesso. Consigliatissimo.

“La verità non è quella che sembra, a volte. Anzi non lo è quasi mai. È un po’ come la strana luce di questi lampioni, illumina una volta qua ed una volta là. Mai tutto insieme. Allora lo si deve immaginare quello che non si vede. Lo si deve intuire da una parola detta o non detta, un’orma, un’impronta. Una nota, a volte.”