Mese: ottobre 2013

Il senso del dolore – Maurizio De Giovanni

Copert_smallNapoli, Marzo 1931, Gran Caffè Gambrinus. Seduto in un angolo poco illuminato della sala, un uomo mangia in silenzio una sfogliatella davanti a una tazza di caffè fumante. Il bavero del cappotto alzato nasconde i dettagli di un volto che mi sono abituato a riconoscere. Una ciocca di capelli sfuggita al controllo gli ricade sul naso affilato. Lo osservo mentre sfoglio le pagine del giornale, gustando il mio sigaro e nascondendomi dietro una nube di fumo. Lui non sembra vedermi, lui non vede nessuno. Il suo sguardo è altrove, trafigge le vetrine del locale. Fuori, in strada, c’è la città con il suo amore, il dolore e la fame. Una città sferzata dal vento in un inverno che si ostina a non andare via. Un istante, poi i suoi occhi s’inchiodano nei miei. Occhi verdi, spettrali, che sembrano avere cento anni. Occhi prigionieri di un dolore immortale.
Luigi Alfredo Ricciardi, Commissario della Regia Questura di Napoli.
Ogni giorno, quasi alla stessa ora, ci diamo appuntamento al Gambrinus, io al mio tavolo, lui al suo. Sediamo in compagnia della nostra solitudine e aspettiamo. La prima volta che mi accorsi di lui provai un brivido, la morsa gelida del freddo che attanaglia le ossa, manco qualcuno avesse lasciato la porta aperta. Che cosa sei, Ricciardi?
Nei suoi gesti, nei suoi movimenti, ci sono messaggi che vorrei cogliere, interpretare. Il modo in cui resta seduto senza togliere il cappotto, in cui consuma il pranzo con rapidità e senza appetito, come se tutto fosse una perdita di tempo. Mai un sorriso, mai un cenno, molto spesso solo. A volte l’ho visto in compagnia di un altro poliziotto, un tipo robusto ma dalla faccia gentile, brigadiere Maione credo fosse il suo nome, altre invece con quel medico dai baffi brizzolati, il dott. Modo. Oltre loro, tutti sembrano evitare Ricciardi. Un amico in Questura mi disse che gli stessi poliziotti si sentono a disagio in presenza del Commissario. C’è qualcosa nel suo sguardo che inquieta la gente. Lui è infallibile, e questo spaventa.
Ho seguito su “Il Mattino” le vicende del Teatro San Carlo: la morte non mi appassiona, ma il fatto che Arnoldo Vezzi, il tenore più apprezzato d’Italia, amico del Duce e dei salotti perbene, fosse stato trovato con la gola tagliata nel suo camerino prima d’andare in scena mi ha incuriosito. Vezzi, un uomo dall’indiscutibile talento ma dall’anima nera, un uomo che in molti avrebbero voluto vedere morto. Ricordo le parole del cronista: un caso difficile, pochi indizi e tante pressioni, tra luci e ombre. Un caso per il Commissario Ricciardi.

“Il senso del dolore” è il primo romanzo della serie di gialli scritti da Maurizio De Giovanni e aventi come protagonista Luigi Alfredo Ricciardi. Nella cornice di una Napoli magica degli anni trenta, tra bellezza e contraddizioni, si sviluppano le vicende del Commissario originario del Cilento: un uomo caparbio, assetato di verità e animato dal bisogno di dare giustizia a quei morti che hanno scelto di parlare a lui. In un’atmosfera in bilico tra il poliziesco e il Sesto Senso, De Giovanni (che reputo un talento assoluto della scrittura) intesse con uno stile fresco e accattivante una trama perfetta. Il senso del dolore non è solo un ottimo giallo, ma uno splendido romanzo che parla di emozioni e di sentimenti, una lettura che prende per mano il lettore e lo spinge a porsi domande, a riscoprire sé stesso. Consigliatissimo.

“La verità non è quella che sembra, a volte. Anzi non lo è quasi mai. È un po’ come la strana luce di questi lampioni, illumina una volta qua ed una volta là. Mai tutto insieme. Allora lo si deve immaginare quello che non si vede. Lo si deve intuire da una parola detta o non detta, un’orma, un’impronta. Una nota, a volte.”

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GRAVITY: l’opinione di Gabriele Cappuccio.

gravity

Universo, stelle, pianeti lontani e sconosciuti: tutto ciò che si trova oltre la nostra atmosfera ha affascinato l’uomo fin dai tempi antichi. Lo spazio aperto è sempre stato terreno fertile di molteplici storie, intrecciate tra leggenda e invenzione, culminate negli ultimi anni in opere cinematografiche, serie televisive, videogames. In ognuno di questi settori sono nate diverse eccellenze, di cui per gusto personale posso menzionare Avatar tra i film, l’universo di Mass Effect tra i videogames, o le serie di Star-Trek: ognuno di questi grandi capolavori esplorava uno spazio plausibile, sebbene fittizio, e indagava, in modi diversi, sulle conseguenze della scoperta di altri mondi e altre civiltà, e sull’impatto che tali scoperte potessero avere sulla nostra civiltà.

Ebbene, non è questo che Gravity tenta di fare.  Ciò a cui la pellicola di Cùaron mira è l’esplorazione di qualcosa di più intimo, e cioè il rapporto diretto, fisico, tra l’uomo e lo spazio. E’ il film stesso a presentarsi in questi termini, sottolineando varie ragioni biologiche e fisiche per cui la vita nello spazio sarebbe proibitiva, e preparando il terreno per ciò che offrirà di lì a poco allo spettatore. Il film non si propone di intrattenere nel senso classico del termine, con sequenze d’azione, sparatorie, grandi conflitti e colpi di scena. Gravity non è da guardare sgranocchiando popcorn, in una sala chiassosa con il vicino che fa commenti su come la pellicola sia noiosa, lenta, talvolta pesante. È praticamente impossibile poter discutere di aspetti del film a sé stanti, dando ad esempio un giudizio alla trama e uno diverso al comparto audiovisivo. Ogni aspetto è funzionale all’altro, lo valorizza e gli conferisce un ruolo. I primi minuti del film parlano chiaro sotto quest’aspetto, dimostrano come ci si trovi di fronte a una produzione che può essere goduta davvero solo in determinate condizioni, idealmente al cinema, ancora meglio in una sala iMax, o al massimo in casa con un buon impianto surround e una tv 3D di discrete dimensioni, finalmente sfruttabile a dovere. Proprio così, era passato molto tempo dall’ultima volta in cui, guardando un film in 3D, non avevo pronunciato a fine pellicola la fatidica frase: “Il 3d era praticamente inutile, soldi buttati” (gli ultimi soldi che consideravo “ben investiti” nel biglietto 3D furono quelli di Avatar, e in parte per Lo Hobbit). In Gravity, finalmente, il 3D non è assolutamente un mero accessorio. La profondità e la pulizia conferita agli oggetti in sovrimpressione è moderata e coerente, e ci immerge gradualmente in modo crescente nel film, fino a catapultarci in sequenze (anche lunghe)  in prima persona. Anche gli utilizzi della visuale in soggettiva, appunto, sono un elemento chiave dell’esperienza, che contribuisce ad immedesimare ancora di più lo spettatore con i protagonisti e le loro (dis)avventure. Il risultato finale è un mix di panorami mozzafiato alternati a brevi sequenze al chiuso, curate finemente nei particolari.

Gravity non è un film da guardare a cuor leggero. Se deciderete di investire i vostri soldi, non aspettatevi il seguito di “Apollo 13”. Si tratta di qualcosa di completamente diverso. Un viaggio non solo nello spazio, ma anche e soprattutto nella psiche umana, quando si trova ad affrontare situazioni estreme. Un’opera anche introspettiva che si prende i suoi tempi, trascinando lo spettatore fianco a fianco con i protagonisti in modo graduale, fino a fargli provare un assaggio di quelle sensazioni di ansia e claustrofobia che si proverebbero in circostanze cosi fuori dal comune. Passa quasi in secondo piano il background delle vite dei protagonisti, delle cui vite si conoscono pochissimi dettagli, talvolta significativi, ma della cui descrizione raramente si sente davvero la necessità. Come se il film volesse far riempire allo spettatore lo spazio assegnato al protagonista, lasciando che ognuno possa immaginare cosa proverebbe, penserebbe, farebbe, in una situazione come quella descritta. Alcune scene in particolare trasmettono una forte sensazione di impotenza, di totale mancanza di controllo, con l’uomo fatto oggetto di moti perpetui e inarrestabili in un oceano senza alcun genere di attrito in grado di fermarlo, di rimetterlo in piedi.

Quello che mi ha colpito negativamente riguarda invece gli aspetti più convenzionali dei film. Innanzitutto credo che, come succede spesso, la pellicola perda molto a causa del doppiaggio: sarà un gusto personale, anzi probabilmente è proprio cosi, ma il doppiatore di Clooney in alcune circostanze aveva un tono fin troppo comico e leggero per essere voce di chi si trova sull’orlo di un baratro senza ritorno. Clooney stesso non mi ha convinto, e per quanto scontato e già ripetuto da altri, addirittura anche nella sala, alcuni sorrisoni sembravano l’antefatto di un “Nespresso, what else?”. Discorso diverso per la statuaria Sandra Bullock, interprete della vera protagonista del film. L’attrice riesce nell’intento di interpretare due anime diametralmente opposte riscontrabili nella protagonista, che rappresentano anche due facce della medaglia della stessa psiche umana: il panico, la rassegnazione, l’impotenza di un primo momento carico di emotività e di paura dell’ignoto che si evolve gradualmente in coraggio, in adrenalinica forza di andare oltre i propri limiti per reagire e riuscire a sopravvivere quando non si ha più nulla da perdere. Un’interpretazione oggettivamente buona, che personalmente mi ha convinto. Ma al di là del gusto soggettivo, determinate scelte nei dialoghi relegano sia l’interpretazione che il personaggio in un limbo che oscilla tra il brillante e il patetico: diverse esagerazioni, di cui una fase quasi onirica (ululati e ninne nanne, guardando il film capirete) e alcuni dialoghi un po’ scontati (frasi tipiche come “Che bel panorama quassù” o “bellissimo il sole sul Gange”) frenano l’iniziale entusiasmo ridimensionando l’originalità della produzione. Cosi come il tempismo di determinati colpi di scena, che è quasi esagerato definire tali, per quanto sono prevedibili.

Del resto anche per questo è difficile parlare di una vera e propria trama, ma, come ho anticipato, se deciderete di guardare questo film e sarete consapevoli del genere di pellicola a cui andate incontro, difficilmente resterete delusi. Evitatelo come la peste se invece volete un film rilassante , veloce e divertente nel senso canonico del termine, in quanto l’intrattenimento raffinato, quasi sensoriale, offerto qui non è adatto a tutti i palati.

Il mio voto è un 7/10.

Udite, udite, o rustici: Lanzetta al Lucca Comics&Games 2013.

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Non vi dico che sto già preparando la valigia, ma quasi. Mancano diciotto giorni esatti alla mia incursione al Lucca Comics & Games 2013 e non sto più nella pelle. Primo perchè questa edizione del festival ha tutti i presupposti per essere indimenticabile: tantissime attrattive, spettacoli… l’Italia che conta invaderà Lucca, affollando le stradine e le mura di dell’incantevole città toscana. Secondo, non vedo l’ora di riabbracciare le tante facce amiche, persone che a causa della distanza riesco a rivedere solo in queste occasioni. Terzo: WARRIOR, il mio nuovo romanzo, sarà disponibile in anteprima rispetto all’uscita nelle librerie (prevista per Gennaio), e cazzo, lasciatemelo dire, non vedo l’ora.

Guarda il booktrailer di Warrior:

Vi aspetto, a partire da giovedì 31 ottobre, allo stand di La Corte Editore insieme a Jonathan Carroll, Fabio Cicolani e agli altri autori della “famiglia”:

autori lacorteNel frattempo, se volete saperne di più sul Lucca Comics&Games 2013, ecco il sito ufficiale: qui.

Alcuni teasers:

Ci vediamo a Lucca, gente.