[Recensione]: “La Strada” di Cormac McCarthy

Non ce la faccio, è più forte di me. Sono assillato dal futuro. Cammino per strada, li sento parlare, e provo una profonda invidia. Sì, io invidio il gregge di lobotomizzati che vive alla giornata, il cui unico pensiero è cosa fare nel weekend, oppure dove trascorrere il prossimo ferragosto. Beati voi che non capite un cazzo. È da un pò ormai che mi capita di evitare i telegiornali. A parte Studio Aperto (grazie d’esistere, redazione!), quello che i media diffondono nell’etere è solo pessimismo: situazione politica, crisi economica, questione mediorientale, violenza, pedofilia, inquinamento e altra merda. Ho la sensazione che il processo di degenerazione del mondo abbia ingranato una marcia inarrestabile. Paranoia? No, dai… sono solo preoccupato. Continuo a chiedermi come potrebbe essere il domani, cosa ci aspetta, e come al solito trovo possibili risposte nei libri. Un esempio? “La Strada” di Cormac McCarthy, romanzo vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa nel 2007.

Einaudi-ISBN:9788806202750

Einaudi-ISBN:9788806202750

Il mondo è caduto. Non si sa come o perchè, ma all’improvviso la civiltà è stata spazzata via, annientata. Un uomo e un bambino si trascinano su un groviglio di strade senza origine sotto un cielo livido, attraversando un’America ridotta in cenere e trascinando con sé un carrello del supermercato con quel poco di cibo che riescono a rimediare (scatolette rubate in case disabitate, o bunker antiatomici), un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia gelida e una vecchia pistola, in cui sono rimasti solo due colpi, con cui difendersi dai branchi di predoni che battono le vie di quel mondo morto. Un padre e un figlio, senza nome (McCarthy li chiama “uomo” e “bambino” per tutta la narrazione), in viaggio verso la costa, in direzione dell’oceano, per sfuggire all’inverno assassino. Un padre e un figlio, tenuti insieme da un amore reale, che trascorrono le proprie giornate in una costante lotta per procurarsi del cibo, per ripararsi dalle rigidità del clima, nel continuo terrore di imbattersi in altri loro simili, divenuti pericolosi, cannibali (in uno degli episodi più feroci, si racconta di come un gruppo di uomini tenga segregate in uno scantinato altre persone, come animali da allevamento, per potersene nutrire). Se vivere giorni così è da incubo, allora la notte all’addiaccio in strada, beh… vi lascio immaginare.

Durante la notte si svegliò e tese l'orecchio. 

Non si ricordava più dov'era. 
Il pensiero gli strappò un sorriso. 

Dove siamo?, disse. 

Cosa c'è, papà?
Niente. È tutto a posto. Dormi.
Ce la caveremo, vero, papà?
Sì. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perchè noi portiamo il fuoco.
Sì. Perchè noi portiamo il fuoco.

La cosa che mi ha colpito nello stile di McCarthy è l’ambiguità, il suo essere vago in modo quasi allucinante, maniacale. Nulla è scontato, messo in bocca con il cucchiaino, e il lettore è libero di lavorare con l’immaginazione, darsi una propria spiegazione. Pensiamo, per esempio, alla fine dell’umanità: l’autore non ci racconta nulla, il romanzo però è seminato di indizi che fanno pensare a un olocausto nucleare: strade in cui vetro e asfalto sono stati fusi insieme da un forte calore che ha ucciso colonne di fuggitivi, oppure flashbacks del protagonista (l’uomo) in cui esplosioni seguono l’interruzione della corrente elettrica nella casa.

Pensate che nel 2009 il regista John Hillcoat ha portato il romanzo sul grande schermo (The Road), e Viggo Mortensen interpretava il padre. Il film, che ho acquistato in dvd subito dopo aver letto il libro, in America è stato letteralmente boicottato perchè si dicesse che portava sfiga. Effettivamente non è adatto a un pubblico mainstream, potrebbe essere troppo deprimente e in molte scene crudo. Ma merita d’essere visto, così come il libro d’essere letto.

Il trailer del film:

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6 comments

  1. è buona la tua recensione… ne condivido la “sensibilità!
    ho trovato bello anche il film (strano, dopo il libro!)

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